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Prefazione
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STREGONERIA IN FRIULI
PREFAZIONE
Essendo il nostro un Museo etnografico (Museo
della Civiltà Contadina del Friuli Imperiale), ci spetta il compito di
raccogliere, conservare ed esporre oggetti, strumenti di lavoro, vestiti
e testimonianze materiali legati alle tradizioni e alla storia di una
specifica cultura o territorio: in questo caso facciamo raccontare al
neo dottore Maximilian Formentini un aspetto della cultura e della
superstizione del popolo friulano, e per rendere più scorrevole un testo
accademico lo abbiamo arricchito di suggestiva iconografia
cinquecentesca e seicentesca.
Parlare di stregoneria ha sempre qualcosa di affascinante e, come tutti
gli argomenti proibiti, attrae ancor di più il lettore. In Friuli,
inoltre, ci sono molte storie e altrettante leggende legate a processi
che hanno visto imputati donne e uomini accusati di malefici, oppure a
personaggi a cavallo fra misticismo e taumaturgia. Basti pensare ai
tanti miti della regione, che vanno dalle aganis dei fiumi alle varvuole
della laguna di Grado, dai beneandanti all’orcul. Purtroppo nei secoli
passati una semplice crisi epilettica veniva scambiata per possessione
demoniaca, la capacità di saper curare con le erbe veniva vista come
magia e le persone rischiavano di essere giudicate dall’inquisizione.
Tempi e situazioni a noi lontane, ma basta
un’analisi etimologica per illuminarci sugli effetti dei processi alle
streghe nell’immaginario collettivo: dal latino ecclesiastico medievale
captivus diaboli, “prigioniero del diavolo” deriva la moderna parola
italiana “cattivo”, ad esempio.
L’oggetto di questa tesi è “Il reato di Stregoneria nel Friuli tra
Medioevo ed Età Moderna”, un argomento che certamente sarebbe piaciuto
anche al sottoscritto, ma ai miei tempi nel Vecchio ordinamento di
Giurisprudenza non mi ero imbattuto in questa possibilità: quella di
unire gli aspetti processuali e di diritto canonico a quelli storici dei
sortilegi medievali.
Per addentrarsi in tali aspetti e scoprirne le radici o l’atteggiamento
popolare - con analisi etnografica - è interessante consultare il
“Vocabolario Friulano” redatto dall’abate Jacopo Pirona, un sacerdote
nato nel 1789, pubblicato postumo nel 1871, un anno dopo la sua morte.
Nella terminologia friulana troviamo Strìje per
strega, ma anche Benandant, Belandant n. m. (òrcul) = Befana, Orco,
Folletto: spirito notturno, che prende varie forme. Interessante il
termine Catramonàçhe n. f. = Filtro, Malia, Fatucchieria, Ammaliamento,
Stregoneria: beveraggio preparato con droghe e parole magiche per
ammaliare. Il vocabolo è di derivazione greca.
C’era pure Erbolatt n. m. (Arbolatt) = Stregone,
Malefico, Fattucchiero: colui che con erbe compone filtri o bevande per
affascinare. Nelle sue poesie di metà ’600 il conte Ermes di Colloredo
cita sia l'arbolàt che il benandànt.
E come tralasciare la fata? Che poteva essere buona ma anche cattiva:
Fade, Fadie n. f. (Strije) = Fata, Maga, Strega, Incantatrice,
Ammaliatrice, Fattucchiera. Quelle, invece, che oggi definiamo “aganis”
erano le Sagane, Strije n. f. = Maga, Strega. Lat. Saga. «Vicino a Vito
d’Asio havvi una profonda caverna, e vicino a Clauzetto - spiega il
Pirona - una rupe che hanno nome dalle Saganes. Quella era il loro
ricovero, e questa serba le impronte dei loro piedi. Quando erano
sorprese dal suono delle campane dovevano ballare loro malgrado.
Rubavano fanciulli, e li cuocevano per mangiarseli. Uno di questi ebbe
la destrezza di gittare nella pentola bollente la cuoca strega; e
d’allora in poi non si videro più menare le infernali loro ridde. Queste
ed altre fole si narravano e si crede vano, e forse si credono ancora da
alcuni di que’ montanari» conclude il Pirona. Si sono sempre utilizzate
queste storie per rimproverare i bambini: Bobò, Boboròss, Boborosso n.
m. = Tentennino, Barboriccia, Befana, Demonio: “voce fanciullesca, con
cui s’indica o si finge qualunque spauracchio per intimorire i
fanciulli”.
La stregoneria in friulano si chiama Strijamènt n. m. (Strièzz,
Strijarie) = Malia, Fattucchieria, Incanto, Maleficio, Sortilegio:
«operazione magica che ne’ tempi dell’ignoranza (ed anche oggidì fra
gl’idioti) credeasi proveniente dalla invocazione e dal potere de’
demoni», e Strett agg. = Stretto, Angusto, «per cui gli affigliati a’
spiriti infernali nuocere potessero in varie guise così agli uomini,
come agli animali, alle messi, ecc.».
Ed ecco i verbi Indemoneà v. (Judiaula) = Porre il diavolo in corpo;
rifl. Indemoniàssi = Incollerirsi, Inviperirsi, Arrabbiarsi; partic.
Indemoneàd.
Un altro termine, ora in disuso, è Chalçhutt n. m. (Vèncul, Pesarin,
Pesarùl) = Incubo, Pesarolo, Efialte. «Secondo la superstiziosa idea del
volgo, spirito malefico che piglia forme umane, e che di notte giace coi
dormienti e li preme. È una specie di catalessi con impossibilità di
muoversi, di parlare, di fuggire, di respirare, durante un sogno
spaventevole, e che per lo più cessa immediatamente collo svegliarsi».
Nella ricorrenza dei 50 anni dal terremoto abbiamo sentito spesso, in
questi mesi, il termine orcolàt, con cui quel boato che precedette la
scossa fu chiamato. Deriva da òrcul n. m. = Orco: essere fantastico,
come Befana e Versiera. «La superstizione popolare lo fa ora piccin
piccino da chiudersi sotto un bicchiere o entro un gomitolo di filo, ed
ora si grande da porre un piede sulla cima di un monte e l’altro su
quella d’un altro monte, o nelle ville da un tetto all’altro delle case.
Soleva pisciare addosso alla gente che vi passava sotto e farne matte
risate. Pare si dilettasse di fare molte burle, e spaventare i pusilli,
che al solo vederlo perdevano la voce. È domanda ancora frequente fra i
villici a chi è colpito di afonia: Astu viodud l’òrcul? = Hai tu veduto
la Versiera, l’Orco? Un altro essere creato dalla superstizione, simile
all’Orco, ma più tendente a nuocere colle fattucchierie, chiamavasi il
Belandant».
Questa breve analisi lessicale ed etimologica dei tanti vocaboli
friulani legati alle streghe, dimostra un profondo radicamento nella
cultura popolare, sicuramente alimentato dalla paura dell’Inquisizione,
raccontato peraltro in numerosi libri, mentre la presente tesi analizza
gli aspetti strettamente giuridici e processuali. Non manca però il
racconto di casi specifici, così come la distribuzione geografica dei
procedimenti e il loro inquadramento cronologico, tutti elementi che
permettono di dare una veste antropologica a questo studio.
Stefano Cosma
direttore
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